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La storia dell'alpinismo mostra quanto questo sport sia duro e quanta preparazione richiede
Racconta Giacomo Leopardi in un sunto simbolico della Storia del genere umano che Giove modificò il suo primitivo progetto del mondo (una terra "molto più piccola che ora non è, quasi tutti i paesi piani, il ciclo senza stelle..."), venuto a noia all'uomo, coll'introdurvi il mare, il ciclo stellato, i monti e le colline, per creare in qualche modo "le apparenze di quell'infinito che gli uomini sommamente desideravano".
Nel definire i fondamenti storici dell'alpinismo, uno sport assolutamente singolare, la favola leopardiana può rivelarsi preziosa. La montagna infatti, apparenza d'infinita grandezza e di infinita potenza, prima ha intimidito l'uomo, poi ha costituito l'occasione di una sfida tanto più stimolante quanto più impari erano le forze in gioco: da una parte l'uomo, dall'altra la natura in una delle sue più maestose manifestazioni.
L'alpinismo, agli inizi del Novecento, è una passione che esplode irresistibile: uomini, donne, bambini, con un'attrezzatura ancora molto rudimentale, si avviano su un pendio nevoso.
Storia dell'alpinismo
Nel mondo antico si danno casi di ascensioni clamorose, tali almeno in rapporto alle scarse conoscenze in merito alla fisiologia umana, alla geologia, alle ben poco sofisticate attrezzature e soluzioni tecniche disponibili agli uomini del passato. Cosi si ricorda con ammirazione l'impresa del cartaginese Annibale, che trasportò l'intero suo esercito dalla Spagna all'Italia passando per le Alpi, o si prende atto delle escursioni dei pellegrini cinesi sulle montagne del Pamir o dei missionari occidentali del Cinquecento sui monti del Kashmir o del Tibet. Ma certo queste e altre imprese consimili ben poco hanno in comune con Io sport: una raffinata strategia militare, piuttosto che un'incrollabile fede religiosa, ne sono il fondamento.
Dal punto di vista sportivo l'atto di nascita dell'alpinismo viene da molti fatto coincidere con l'ascesa di Francesco Petrarca al Monte Ventoso (1912 m), in Provenza, nel 1336. Il grande poeta italiano racconta l'impresa in una delle sue Epistole familiari con ricchezza di annotazioni e di particolari.
Ovviamente stabilire una precisa data di nascita precisa per l'alpinismo, come del resto per ogni sport, è un'operazione del tutto arbitraria. Tuttavia nel racconto petrarchesco emerge con chiarezza ciò che sembra essere stato nel tempo il motivo ispiratore dell'alpinismo classico: si tratta in primo luogo di un'impresa spirituale, oltre che fisica, in cui l'uomo non solo misura la propria capacità di disciplina, di autocontrollo, di resistenza, ma "si misura" con la realtà, decidendo se vuole dominarla o esserne dominato. Questa peculiare componente. morale dell'alpinismo da ragione del fatto piuttosto strano che nelle cronache di questo sport si incontrano talvolta nomi di personalità che si sono altrimenti distinte nel campo dell'attività umana, dai papi agli uomini politici. Nel Rinascimento l'alpinismo acquisisce un'ulteriore caratteristica, quella di una possibile fonte di documentazione scientifica. Così nel 1555 Corrado Gessner s'accinge alla scalata della cima alpina del Pilatus, soprattutto perché
interessato a definire con precisione la fisionomia e la morfologia delle catene alpine. Furono per primi gli Svizzeri, nella persona del parroco zurighese Josias Smiler, a pensare di dotare coloro che fossero interessati a queste imprese di un prontuario di indicazioni e consigli pratici (1574), ponendo il problema delle escursioni oltre la linea delle nevi perenni come un problema pratico, oltre che spirituale e scientifico. Ma sino a questo momento si tratta di iniziative sporadiche.
La continuità nella pratica alpinistica si pone a partire dal 1700.
Inglesi, Svizzeri, Italiani delle valli alpine firmano imprese allora giudicate di incredibile ardimento, superando il limite dei 3000 m. L'amore per la montagna, d'altra parte, si intreccia con più complessi fatti di cultura, coinvolge scienziati ed artisti, si alimenta, in clima preromantico, dell'invito di Rousseau a un "ritorno alla natura". È il Monte Bianco, in particolare, la cima più alta delle Alpi (4810 m), al centro di questa passione. La gara per la sua conquista viene ufficialmente bandita nel 1760 su iniziativa di Horace Benedict de Saussure, filosofo, fisico, geologo ginevrino che, trasferitesi a Chamonix, promette un premio a chi per primo ne violerà la vetta.
Dopo numerosi tentativi, che vedono lo stesso de Saussure fra i protagonisti, la vittoria arride a Jacques Balmat, un medico e cercatore di cristalli di Chamonix, 1'8 agosto del 1786. Il successo intensifica il desiderio di ripetere l'impresa e cercare nuove vie e la vetta è nuovamente raggiunta nel luglio e nell'agosto dell'anno seguente. Dopo questa data, fino al 1927, vengono compiute ancora ben tredici ascensioni al Bianco. Le altre cime ancora inviolate delle Alpi cedono a vari alpinisti italiani e stranieri, che ora concentrano in particolare il loro attacco sulle cime del massiccio del Monte Rosa. Queste imprese hanno in comune un forte spirito agonistico, che fa gradualmente passare in secondo piano l'interesse scientifico per la conoscenza e la descrizione della natura del secolo dell'Illuminismo. Il nuovo volto tipicamente sportivo dell'alpinismo emerge con
particolare evidenza dalla storia delle scalate alle Dolomiti, il cui interesse è costituito non tanto dall'altezza, ma dalle difficoltà tecniche che, a causa della particolare morfologia delle rocce calcaree, determinano l'insorgere di un vero e proprio virtuosismo alpinistico. E sono proprio le Dolomiti a incentivare, anche per l'interessamento dell'inglese Johan Bali, che aveva tra i primi scalato queste montagne, un altro fondamentale aspetto dello sport moderno: l'associazionismo.
Bali è infatti il primo presidente dell' Alpine Club, fondato a Londra nel 1857, cui fecero successivamente seguito il Club Alpino Svizzero, quello austriaco e quello italiano (1863). Anche la conquista delle vette dolomitiche, dal Civetta alla Marmolada, avviene più o meno entro i primi sessantenni dell'Ottocento. Queste imprese fondano e definiscono un gusto e uno stile d'arrampicata molto particolare, che per la collocazione di queste montagne e in contrapposizione a quello di cui abbiamo precedentemente riassunto le imprese, viene definito "orientale". In Occidente restava aperto il conto col Cervino, ritenuto inattaccabile. L'inglese Edward Wymper si presenta all'attacco con un curriculum di tutto rispetto: le Grandes Jorasses, la Barre des Ecrins, la Verte... Ma il suo capolavoro è la vittoria sul Cervino dalla cresta Hòrnli, ottenuta in anticipo di pochi giorni sulla cordata guidata da Jean-Antoine Carrel che attaccava dal versante italiano. In un incidente della discesa Wymper perde quattro validi compagni: un altro aspetto, questo tragico, dell'alpinismo moderno.
Siamo nel 1865: se la concreta esperienza del rischio mortale che l'alpinismo comporta a certi livelli accende vivaci polemiche, da contemporaneamente alimento allo spirito agonistico che è alla base di queste imprese. Nello stesso anno, infatti, vengono vittoriosamente raggiunte ben sei vette superiori ai 4000 m.
Alla fine dell'Ottocento, vinte praticamente tutte le più alte cime della catena alpina, il problema non era più quello di violare una vetta nuova, ma di arrivarci per la via più difficile, di inventare nuove vie, di assaporare il gusto di vittorie umanamente ritenute impossibili. Colui che meglio interpretò questo tipo di alpinista è l'inglese Albert Mummery che, collezionati una serie di successi con il valido aiuto di guide esperte, nella seconda fase della sua attività alpinistica preferì agire da solo, spingendosi anche fuori d'Europa alla conquista di vette come il Dych Tau (5211 m), nel Caucaso, o il Nanga Parbat, nell'Himalaya, ove perse la vita nel 1895. E solitari furono anche Guido Lammer e Georg Winkler.
La guida, tuttavia, va in questi anni assumendo un ruolo sempre più importante. Tecnicamente preparata, audace, intelligente, strappa talvolta primati ai grandi alpinisti, agendo autonomamente. Nel contempo viene proprio dalle guide, o meglio da quelle fra loro più disponibili ad un rinnovamento dell'alpinismo, l'iniziativa di utilizzare nella scalata dei "mezzi artificiali". In un primo tempo sono solo pertiche, corde, "punte di ferro" e martelli per creare appigli artificiali nella roccia. Poi si perfezioneranno tecniche sempre più sofisticate. L'affermazione dei mezzi artificiali è vivamente contrastata e il partito dei "puri" alimenta la propria posizione con l'esempio dei campioni straordinari, che si cimentano soprattutto sulle Dolomiti. E proprio in questo scenario si definisce, ai limiti dell'acrobazia, lo stile dell'arrampicata libera. Fra coloro che hanno dato alla "libera" il volto inconfondibile di un alpinismo "acrobatico" non si possono tacere i nomi dell'italiano Tita Piaz, il "diavolo delle Dolomiti" (punta Emma, nel Catinaccio; Toten-kirkl da ovest, nel Kaisergebirge; Campanile Toro e Torre Delago sul Vaio-let) e dell'austriaco Paul Preuss (parete est del Campami Basso; parete nord-est del Crozzon di Brenta; fessura est della Piccolissima di Lavaredo). Le imprese eccezionali di Hans Dùlfer, anch'egli austriaco, furono invece compiute grazie alla messa a punto di tecniche nuove: il metodo di discesa a corda doppia, il superamento di fessure in opposizione e traversata alla corda, l'uso sistematico di chiodi di sicurezza e del moschettone. Intanto si va identificando nel superamento del "sesto grado", che precisa la definizione incerta dell'"estremamente difficile", il diploma del vero alpinista. Siamo attorno agli anni Venti. Un passo decisivo verso la realizzazione di un sesto grado si ha nel 1924, con la prima salita alla parete nord del Pelmo da parte di R. Rossi e F. Simon. Ma la data ufficiale è quella del 1925, protagonisti la parete nord della Furchetta (3025 m) e il suo vincitore, il tedesco Emil Solle-der. Lo stesso Solleder, con Gustaf Lattenbauer, pochi giorni dopo supera anche la parete nord-ovest del Civetta:
quindici ore di arrampicata e solo quindici chiodi di assicurazione! Se le rocce calcaree delle Dolomiti suscitano incredibili ardimenti, i ghiacciai "occidentali" non sono da meno. Anche la tecnica del ghiaccio viene perfezionata, a partire dalle imprese del francese J. Lagarde, cui seguì il tedesco W. Welzenbach, al quale si deve il perfezionamento della scala di difficoltà che ancora oggi porta il suo nome. Ancora sul Bianco e sul Cervino si cercano e si superano le vie più impervie. Fra i molti nomi stranieri dell'alpinismo dei primi decenni del Novecento ha un posto di tutto rispetto quello di un italiano:
Emilio Comici. Nel solco segnato da Preuss e Dùlfer, Comici, pur non disdegnando le tecniche più sofisticate allora a disposizione, pratica un alpinismo che potremmo definire "artistico", elegante, raffinato. E con questo stile nel 1929 realizza il primo sesto grado italiano sulla parete nord delle Tré Sorelle del Sorapis. Successivamente colleziona la via diretta al Civetta, lo Spigolo Giallo della Piccola di Lavaredo, la parete nòrd della Cima Grande di Lavaredo, questa volta insieme a Giuseppe e Angelo Dimai. A detta di molti con Comici si chiude l'età d'oro dell'alpinismo.
Nel 1934 un inglese. Maurice Wilson. trentasettenne. giunse in Tibet spinto da una fede incrollabile: era infatti convinto che l'Everest sarebbe stato vinto solo da un uomo puro di spirito e di corpo. Le sue dichiarazioni piacquero al vecchio Lama, che lo accolse con calore, giudicandolo il migliore inglese che avesse mai conosciuto. Wilson tentò prima una solitària, poi richiese l'aiuto di tré sherpa che, valutata la sua incapacità alpinistica, lo abbandonarono. Morì durante il sonno, probabilmente congelato, al campo 3.
difficile superamento del passage de la Jonction, sul Monte Bianco, nel 1885. Da allora, tecnica e abbigliamento si sono notevolmente evoluti.
La prima donna che compì con successo l'ascensione al Monte Bianco fu Maria Pa-radis, una cameriera di Chamonix. nel 1808. ventidue anni dopo l'impresa di Jacques Balmat. È curioso notare che più o meno la stessa distanza di tempo intercorre tra la prima conquista maschile del-l'Everest (1953). la montagna più alta del mondo (8848 m) e la prima conquista femminile (1975).
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